Edgar Honetschläger

dal 25 gennaio 2024

A cura di Eduardo Cicelyn

se si vuole collocare da qualche parte l’inizio della vicenda artistica di edgar honetschläger, annoteremo che a linz, la città austriaca natale, quel ragazzino giramondo cominciò a immaginare altrove il suo destino. per poi precisare che andandosene presto di qua e di là, ad est e a ovest, è come se avesse cancellato o confuso le tracce dell’origine presentandosi sulla scena come un senza patria, fiero di essere libero, interprete di un linguaggio che non mette casa in nessun luogo preciso ma si accampa con pochi mezzi in ogni dove possa espandere qualche concetto libertario e ambientalista: un linguaggio nomade che travalica gli steccati tra le arti per diventare militanza estremista a favore di un cinema radicale, arcadico e ostinato come uno stato di natura che prima o poi farà a meno dell’umana confusione. da una parte, che poi è la stessa parte malinconica e nostalgica, l’ultimo film “le formiche di mida”, dall’altra la “non human zone”, il suo più recente progetto nel bosco di capodimonte. tra quegli artisti del nostro tempo che sembrano poco preoccupati di formalizzare un pensiero chiaro e assai inclini a mettersi alla prova dove capita con una certa generosità facendo esperienza di ciò che accade nelle relazioni col mondo che gli gira e rigira intorno, edgar l’impronunciabile è indefinibile non tanto e non solo per il cognome che porta. lo è per l’arte che propone, figurativa fino agli estremi di un accademismo infantile, ma anche intrisa di simbolismi profondi, talvolta ironici o nostalgici. così in questa mostra dove la sedia è architettura pittorica di anime vicine e lontane in una specie di gioco che fa delle immagini vaganti nello spazio ruvido delle tele il luogo di fantasmagorie caratteriali, tratte da un codice enigmatico o enigmistico da cui scaturisce una sequenza di rebus sulla psiche umana. oppure con i tagli paesaggistici nella seconda sala, inquadrature di interni e di esterni incompleti, visioni solo abbozzate che accennano all’idea di un mondo che non si dà mai nella pienezza dello sguardo ma solo nelle allusioni di segni e colori che sfumano in niente non trovando compimento se non in uno scorcio successivo e poi in un altro ancora. quel che tiene insieme i ritratti in forma di sedie e i paesaggi a vista d’occhio è lo spazio delle tele dentro cui galleggiano le immagini disancorate da ogni pretesa realistica, quasi di passaggio, sfuggenti, imprecise, divagazioni oniriche da decifrare prima che scompaiano. nel secolo scorso l’arte austriaca ha avuto due momenti d’eccellenza: quello spirituale, iperdecorativo e narrativo della secessione e poi quello tutto corporeo, brutale e performativo dell’azionismo. entrambe, seppure in modi opposti, forme espressive che usavano i concetti dell’arte per tradurre in termini esoterici la condizione incerta dell’umano. non è molto diverso oggi per edgar honetschläger, pur sempre nato a linz, quando si espone al suo tempo cercando formule alchemiche in cui reale e simbolico si mescolano o scappano l’uno dall’altro nella speranza forse vana di abbozzare e magari qualche volta indovinare un senso dell’arte quando un senso compiuto e condiviso non sembra più che possa esistere se non nella forma volatile e caduca degli insetti di quella zona non più umana.

Edgar Honetschläger