Matthias Schaller

Da sempre l'arte e gli artisti abitano Napoli o la sognano, la immaginano, la pensano. E da sempre Napoli si lascia attraversare anche dagli sguardi più indiscreti che vanno e vengono, lasciando tracce un po' confuse ma spesso resistenti, alcune indelebili. Si può dire che, al pari di pochi altri, Napoli è un luogo geografico dotato di un'immagine e di un un nome costruiti su opinioni culturali diffuse e condivise nel tempo. Per quanto il racconto cambi, sempre oscillando tra il bene e il male, il dato saliente di Napoli è che circolano nel mondo molte sue rappresentazioni evocative e così efficaci da aver creato un codice identitario dal quale non sembra potrà mai congedarsi. Questa mostra – con altre che seguiranno – si propone di mettere in opera i linguaggi della contemporaneità per analizzare la retorica della Napoli più stereotipata. Lo scopo non è quello di disarticolare e decostruire segni ridondanti e significati ormai acclarati, parteggiando per immagini e idee nuove, insolite, magari più vere. S'intende al contrario assumere fino in fondo il codice, prendendolo sul serio, in quanto macchina per la produzione di forme funzionanti e congegno di protezione dal disordine disfunzionale. Inoltre quanto più i messaggi veicolati dalle immagini si ripetono, insistono e risuonano nello spazio circoscritto di sequenze prefissate, tanto più il linguaggio in uso agisce in modo estetico, ritagliando, precisando, definendo, e alla fine separandosi dal senso che dovrebbe interpretare per inseguire l’autonomia e una certa arroganza tipiche di ogni forma d’arte. Matthias Schaller ha cercato e ritratto alcuni degli stereotipi più in voga della napoletanità: situazioni, monumenti, personaggi fortemente rappresentativi della città. Avendo sempre fotografato, qui ha deciso di fotografare altre fotografie. D’altronde l’artista tedesco concepisce il suo lavoro come un discorso indiretto, una sorta di narrazione in terza persona che prova a mettere ordine tra le cose che altri hanno vissuto, visto e raccontato. Ora, con gesto freddo e ironico, di matrice duchampiana, per le sue nuove fotografie di fotografie ha scelto una cornice nella cornice che è la dentellatura fedelmente riprodotta dei francobolli. Non è un vezzo. Per Schaller se il codice è la messa in forma ripetibile dell’oggetto-Napoli in una catena di significati già dati, il francobollo è il simbolo dello stereotipo in quanto oggetto e valore di scambio tra il dentro e il fuori, tra la fama della città e i suoi utenti e messaggeri. Accedendo al dominio della filatelia, le immagini salienti determinano l’essenza del codice in quanto negozio e transito di autorità, accertamento di verità ma anche pura comunicazione. Il riferimento al collezionismo, di cui i francobolli sono tra gli oggetti più richiesti, nel modo ancora indiretto di Schaller ripropone il tema dell’arte e della sua fruizione nel mondo contemporaneo. Benché tutti siano consapevoli che le varianti non finiscono mai, collezionare è un modo di fare ordine e di chiudere in una serie definita il flusso delle immagini e delle cose desiderabili. La potenza dello stereotipo – e quello napoletano è tra i meglio riusciti – è nel produrre e mostrare differenze verificabili che si ripetono e non identità complesse che si confermano. Così funziona anche il linguaggio dell'arte contemporanea, quando usa come spesso fa le cose più comuni e scontate per suggerire diversità che appaiono per contrasto sia vere che false. Tuttavia, se il codice che fissa gli stereotipi conferisce alle banalità di cui è portatore il dubbio che alla fine tutto sia troppo falso per essere vero e viceversa, qualcosa si rompe nel meccanismo. E allora anche le immagini consuete, trite e ritrite di Napoli risplendono di luce nuova, come effetti di linguaggio molto più moderni di quanto non sembri.

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